La scuola che pretende educare alla sessualità
Negli ultimi anni il tema dell’educazione affettiva e sessuale dei bambini è entrato con forza nella scuola pubblica, suscitando interrogativi e preoccupazioni tra molti genitori. Di fronte a proposte educative sempre più diffuse, diventa necessario tornare a considerare alcuni elementi fondamentali legati allo sviluppo del bambino e alla sua protezione psicologica.
Nel libro scritto a quattro mani “Le sexe n’est pas un jeu d’enfants” (Il sesso non è un gioco per bambini), Ariane Bilheran e Régis Brunod* spiegano che il bambino non è un adulto in miniatura. La sua crescita segue tappe precise, soprattutto sul piano psicologico ed emotivo. Durante l’infanzia, e in particolare nella cosiddetta fase di latenza, il bambino costruisce le basi della propria identità, sviluppa capacità cognitive e sociali e ha bisogno di stabilità, protezione e gradualità. Anticipare contenuti complessi o intimi può risultare non adatto alla sua maturità e addirittura creare traumi.
Un aspetto centrale riguarda la distinzione tra ciò che appartiene alla sfera pubblica e ciò che rientra nella dimensione privata e intima. La vita emotiva e affettiva del bambino rappresenta uno spazio delicato, che necessita di protezione e non si presta a essere trattato in contesti collettivi. La richiesta, esplicita o implicita, di esprimersi su aspetti personali in ambito scolastico può generare una confusione tra questi piani, incidendo sulla costruzione dell’equilibrio interiore.
Gli autori evidenziano inoltre come alcune proposte educative non tengano conto delle differenze individuali tra i bambini né dei diversi livelli di sviluppo. L’uniformità degli interventi rischia di trascurare la specificità di ciascun percorso di crescita, introducendo contenuti o modalità che non risultano adeguati per tutti.
In questo contesto, il ruolo dei genitori assume un’importanza centrale. Essi rappresentano i principali riferimenti nella crescita del bambino e i più adatti a valutare tempi, modalità e contenuti appropriati in relazione alla sua maturità. La responsabilità educativa non può essere delegata ad altri, soprattutto quando si tratta di aspetti così sensibili.
A questo si aggiunge un principio riconosciuto anche a livello internazionale: l’educazione non è soltanto un compito delle istituzioni, ma un diritto e una responsabilità primaria della famiglia. L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilisce infatti che i genitori hanno una priorità nella scelta del genere di educazione da impartire ai propri figli, principio che richiama la necessità di un coinvolgimento effettivo e non solo formale nelle decisioni educative, soprattutto quando riguardano aspetti intimi e delicati dello sviluppo.
*Ariane Bilheran è psicologa clinica e dottore in psicopatologia; Régis Brunod è pediatra e neuropsichiatra infantile
Estratti da « Le sexe n’est pas un jeu d’enfants » pagg.119-121
Con la “pedagogia sessuale” e l’”educazione sessuale” nelle scuole, i bambini sono visti come esseri sessualizzati. È un abuso generalizzato del bambino. I “pedagoghi” iniziano i bambini alla sessualità, spiegando loro come toccarsi; questi programmi parlano di piacere e del diritto al piacere. È evidente che una simile impostazione porta a considerare i bambini come capaci di esprimere consenso a una sessualità con un adulto, che è un loro “diritto”. Nella “filosofia pedofila”, i predatori distinguono un abuso con violenza da un abuso con seduzione e manipolazione (e in questo caso lo chiamano “amore”)… Il criterio è il “piacere” del bambino.
(…) Aggiungiamo che l’esposizione alla pornografia crea trauma e in seguito dipendenza, nonché comportamenti trasgressivi per imitazione. L’”educazione sessuale” è una fabbrica in massa di futuri pedofili.
(…) Questa “educazione sessuale” dell’OMS abitua il bambino a una “normalità” in materia di sessualità, a violare il suo pudore e a un’ulteriore confusione.
(…) A coloro che intervengono nelle strutture socializzanti dei bambini per animare le sedute di “educazione sessuale” non è richiesto un casellario giudiziale. Questi intervenienti sono indottrinati all’idea che il bambino abbia una “sessualità”.(…) L’avvocato Virginie de Aràujo-Recchia ha insistito molto (…) sulla necessità di depositare molteplici denunce penali contro questa “educazione sessuale” che viola tutto il corpus giuridico di protezione dei minori. Infatti, questi testi sui “diritti sessuali” sono problematici, e vi si può leggere l’obbligo per gli Stati di rispettare, tutelare e soddisfare i “diritti sessuali di tutti”.