Domande frequenti sulla sessualità biologica, l’educazione sessuale, il linguaggio di genere e il rispetto reciproco

1. Che cos’è la “teoria gender”?

La cosiddetta teoria gender è una corrente di pensiero secondo cui l’identità di genere (ovvero il sentirsi uomo, donna, entrambi o nessuno dei due) non dipende dal sesso biologico, ma è una costruzione sociale, fluida e soggettiva. Secondo questa visione, il sesso biologico è considerato poco rilevante, mentre il genere è ciò che conta, anche se cambia nel tempo o si manifesta in forme non binarie. Questa prospettiva, tuttavia, non è una verità scientifica universalmente accettata. È una visione culturale, filosofica e ideologica, che può essere discussa come ogni altra.

2. Perché oggi si parla di “sesso assegnato alla nascita”?

L’espressione “sesso assegnato alla nascita” è diventata comune in ambiti accademici e medici influenzati dalla teoria gender. Ma è una formula impropria. Il sesso non viene assegnato da medici o ostetriche, ma osservato e registrato sulla base di caratteristiche biologiche visibili (genitali), che nella stragrande maggioranza dei casi coincidono con il sesso genetico (XX o XY). Usare il termine “assegnato” implica che il sesso sia arbitrario o imposto. Ma la biologia non si assegna: si constata.

3. È sbagliato dire che ci sono solo due sessi?

No. Dal punto di vista biologico, esistono due sessi: maschile e femminile, definiti dalla capacità di produrre gameti (spermatozoi o ovuli). Le condizioni intersessuali, seppur reali, non costituiscono un “terzo sesso”, ma varianti o anomalie dello sviluppo sessuale. La distinzione binaria del sesso è scientificamente fondata, non un’opinione culturale.

4. I generi possono essere infiniti?

A livello psicologico o identitario, ogni persona può percepirsi come preferisce. Nessuno può impedire a qualcuno di “sentirsi” in un certo modo. Tuttavia, riconoscere queste percezioni non significa dover ridefinire la realtà per tutti. I generi possono anche essere soggettivamente molti, ma i sessi biologici restano due. È fondamentale distinguere ciò che è interiore e soggettivo da ciò che è osservabile e oggettivo. La realtà oggettiva non cambia: una mela resta una mela, anche quando un individuo afferma che si tratta di una pera o di un’arancia.

5. Come posso dire a una persona che si identifica in modo diverso dalla realtà biologica che la rispetto, pur non condividendo la sua visione?

Con semplicità, gentilezza e coerenza. Puoi dire: “Rispetto la tua libertà di percepirti come desideri, e ti tratto con la stessa dignità che spetta a ogni persona. Ma ti chiedo di rispettare anche la mia libertà di vedere e descrivere la realtà secondo ciò che osservo e comprendo, senza forzature (accanimenti?).” Il rispetto reciproco non può basarsi sull’obbligo di approvare una visione che esula dalla realtà biologica , ma sulla capacità di convivere anche nel disaccordo.

6. Usare il linguaggio neutro o i pronomi “preferiti” è obbligatorio?

In ambito sociale, non esiste un obbligo legale assoluto (eccetto in alcune giurisdizioni specifiche come in alcune scuole o aziende nel mondo anglosassone). Tuttavia, molti sentono una pressione culturale a conformarsi a pronomi, forme linguistiche o identità percepite, anche contro la propria coscienza. L’uso forzato di un linguaggio che contraddice la percezione della realtà può essere vissuto come una violazione della libertà di pensiero e di parola, e non è sempre un atto di gentilezza: a volte è una forma di imposizione ideologica. C’è chi sceglie la via della disobbedienza civile e non si piega a questo tipo di imposizione, preferendo affrontare sanzioni anche pesanti.

7. Se dico che una persona biologicamente maschio è un uomo, sto offendendo?

No, stai dicendo una verità biologica. Se lo fai con rispetto e senza insulto, non è odio né discriminazione. L’offesa nasce dall’intenzione, non dal disaccordo. Si può essere fermi sulla realtà senza essere aggressivi verso la persona. Il problema nasce dal peso che viene dato, anche giuridicamente, alla “percezione”.

8. Come possiamo proteggerci (difenderci?) dall’intolleranza ideologica?

Rivendicando con gentilezza ma fermezza la libertà di pensiero, parola e coscienza; sostenendo un dialogo aperto ma basato sulla realtà; rifiutando sia l’intolleranza verso le persone trans, sia l’imposizione di linguaggi e idee soggettive a chi non le condivide.

9. Si può essere contrari alla teoria gender e allo stesso tempo favorevoli al rispetto e alla non discriminazione?

Assolutamente sì. Anzi, è la posizione più ragionevole. “Non devi pensarla come me per meritare rispetto. E io non devo pensarla come te per esserti riconosciuto come essere umano.” Questo è il cuore di una società libera: persone diverse, con idee diverse, che si rispettano come uguali in dignità. (Sul piano delle leggi, la questione si complica: se una legge, in ossequio al dato biologico e alla natura umana, stabilisce che il matrimonio è l’unione fra un uomo e una donna, tutte le altre forme di convivenza saranno “discriminate” e non supportate dall’impianto giuridico.

10. Da dove nasce la cosiddetta “teoria gender”?

La cosiddetta teoria gender nasce in ambito accademico occidentale, a partire dagli anni ‘50-60, ma si sviluppa principalmente tra gli anni ‘80 e 2000 nei campus universitari anglosassoni. Le radici sono molteplici:

  • Simone de Beauvoir (“Donna non si nasce, lo si diventa”) aprì la riflessione sulla differenza tra sesso biologico e ruolo sociale.
  • Judith Butler, con il libro Gender Trouble (1990), sostiene che il genere (inventato per liberarsi dall’imposizione della natura binaria maschio/femmina) è una questione di performance sociale e linguistica ed esula dal dato biologico.

Negli ultimi due decenni, questa visione si è diffusa oltre l’ambito accademico, raggiungendo legislazioni, media, medicina e istruzione, soprattutto nei Paesi anglosassoni.

11. Perché alcuni dicono che “la teoria gender non esiste”?

Spesso si sostiene che “la teoria gender non esiste” perché non è un corpo unico e codificato come una teoria scientifica classica; i suoi sostenitori la considerano un insieme di studi, non una “teoria” con un manifesto. Tuttavia, le sue applicazioni pratiche esistono e sono riconoscibili: si parla di “identità fluide”, di “sesso assegnato alla nascita”, di “pluralità dei generi” e della necessità di “decostruire” le categorie uomo/donna. Negare l’esistenza della teoria gender equivale a negare l’evidenza delle sue conseguenze sociali, giuridiche e linguistiche. Esiste eccome, anche se non sempre si presenta con questo nome.

12. A chi giova tutto questo?

A livello superficiale, sembrerebbe un movimento per l’inclusività. Ma a ben vedere divide la società in micro-identità: ognuna con rivendicazioni, sigle e linguaggi propri; frammenta le lotte sociali: uomini contro donne, etero contro queer, bianchi contro neri, ecc.; crea confusione culturale, giuridica e scientifica; richiede continui interventi statali, controlli linguistici, rieducazione sociale. Tutto questo, nel complesso, accentua la dipendenza dal potere centrale: istituzioni, multinazionali, algoritmi di censura. Più un individuo è sradicato, incerto e isolato, più è facilmente controllabile

13. Non è forse una strategia del potere per dividere gli esseri umani?

Molti intellettuali, da sinistra e da destra, ritengono che l’ideologia identitaria (woke) sia una forma moderna di controllo sociale che sostituisce le antiche appartenenze (famiglia, comunità, patria, fede) con identità frammentarie, fluide e private. Divide et impera — lo dicevano già i romani. Se ogni essere umano diventa una “minoranza da proteggere”, il conflitto tra esseri umani sarà infinito, e il potere centrale potrà sempre intervenire come mediatore, definendo cos’è giusto dire, pensare e persino percepire.

14. Da quanto tempo è in voga il linguaggio “woke”?

Il linguaggio woke, ovvero ipersensibile a ogni sfumatura di identità, è esploso dopo il 2015, inizialmente negli Stati Uniti e nel mondo anglofono. È legato a movimenti come #MeToo, Black Lives Matter, e alle battaglie LGBTQ+. Ha portato a cambi di pronome, bandiere, leggi sui linguaggi inclusivi, corsi di rieducazione, ecc. Si è imposto più per pressione culturale che per consenso democratico, spesso attraverso i social media, il mondo accademico e le grandi aziende.

15. Che cos’è la disforia di genere? E come va trattata?

La disforia di genere è una condizione psicologica in cui una persona prova disagio intenso rispetto al proprio sesso biologico. Chi ne è affetto richiede rispetto, ascolto e supporto professionale, ma non sempre la transizione è l’unica risposta possibile. Ci sono casi di pentimento post-transizione, soprattutto tra i giovani. La prudenza, il dialogo aperto, e la libertà terapeutica sono essenziali. Affermare automaticamente ogni percezione (soprattutto nei minori) può essere più pericoloso che benefico.

16. Non è forse un atto di gentilezza usare i pronomi richiesti?

Può esserlo, se nasce da una scelta libera e in contesti personali. Ma non è più gentilezza quando diventa un obbligo, soprattutto se chiede all’altro di mentire rispetto a ciò che vede e comprende. Il rispetto reciproco non può basarsi su finzioni forzate.

17. Chi decide se un’idea è odio o verità?

È questo il punto critico del nostro tempo: non possiamo delegare allo Stato o alle piattaforme digitali il potere di decidere cos’è vero, cos’è odio e cos’è bene. La libertà di pensiero include il diritto di essere in disaccordo, anche su temi sensibili. La verità si cerca nel confronto, non si impone per decreto.

18. È possibile costruire una società inclusiva senza negare la realtà?

Sì, ed è proprio quello che serve. Una società sana è quella in cui chi si percepisce diverso è rispettato e protetto, mentre chi crede nella realtà biologica è libero di esprimersi senza paura. Il dialogo tra visioni opposte non è criminalizzato, ma incoraggiato. Si può dire la verità senza odio. E si può amare l’altro senza assecondarne ogni convinzione.

19. Può esserci un vero cambiamento di sesso?

No, non è possibile cambiare realmente il proprio sesso biologico. Si può modificarne l’aspetto esteriore attraverso chirurgia, ormoni e abbigliamento, ma il DNA resta invariato. Una persona XX non diventerà XY, né viceversa. Anche gli organi interni riproduttivi e la capacità di generare gameti non possono essere pienamente “convertiti”. Il sesso è una realtà radicata in ogni cellula del corpo. La medicina può simulare un cambiamento, ma non può annullare o sostituire la struttura biologica originaria. Parlare di “uomo trans incinto” o “donna con il pene” può avere senso in un contesto identitario o sociale, ma non corrisponde a una realtà biologica oggettiva.

20. Perché è pericoloso coinvolgere i bambini in questa ideologia?

I bambini non hanno ancora una coscienza matura della propria identità, del proprio corpo, né della sessualità. Sono per natura curiosi, imitativi, influenzabili. Quando a un bambino si dice “puoi essere ciò che vuoi, anche cambiare sesso”, si intacca il suo sviluppo psicologico, creando confusione tra immaginazione e realtà. Alcuni percorsi di “affermazione di genere” prevedono bloccanti puberali, ormoni e persino chirurgia precoce, con effetti irreversibili su sviluppo osseo, fertilità, sessualità futura e salute mentale. Studi recenti mostrano un aumento di detransizione, soprattutto tra adolescenti, spesso dopo aver preso decisioni importanti sotto pressione sociale o emotiva. Educare al rispetto è fondamentale. Ma confondere l’identità corporea durante l’infanzia può avere conseguenze gravi e durature.

21. L’ideologia gender rientra nell’Agenda 2030 promossa dal WEF o da altre organizzazioni globali?

Il linguaggio e l’ideologia di genere sono effettivamente presenti in documenti e programmi promossi da istituzioni internazionali, come:

  • ONU (Agenda 2030): nei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG), in particolare nel punto 5 (“uguaglianza di genere”) e nel punto 10 (“ridurre le disuguaglianze”), si fa spesso riferimento a identità di genere e inclusione;
  • World Economic Forum (WEF): promuove nei suoi rapporti annuali e nei Global Shapers Hubs l’adozione di linguaggi inclusivi, riforme scolastiche e workplace policies in chiave gender-fluid.
  • UNESCO e UNICEF: sostengono linee guida educative che includono identità di genere e orientamento sessuale fin dalla scuola primaria.

Questi programmi non impongono direttamente leggi, ma condizionano fortemente le agende politiche e culturali dei Paesi membri e influenzano finanziamenti, regolamenti e linee guida. La questione non è se promuovano rispetto per la diversità — cosa giusta — ma se veicolino una visione ideologica del corpo e dell’identità che mina la realtà biologica e la libertà educativa.

22. Perché molti hanno paura di parlare apertamente di questi temi?

Perché temono ritorsioni sociali, lavorative o legali. In molti ambienti, dissentire dall’ideologia gender può portare a censure, licenziamenti, o accuse di “odio” o “bigottismo”, anche quando si parla con rispetto. La pressione è tale che molti preferiscono il silenzio alla verità, per timore di essere isolati o attaccati. Ma quando la verità diventa pericolosa da dire, la libertà è già in pericolo.

23. Cosa dicono le varie correnti femministe sulla teoria gender e la cultura trans?

Il femminismo non è monolitico. Ci sono diverse correnti con opinioni molto diverse su questi temi:

  • il femminismo radicale (come quello di Germaine Greer, Julie Bindel o Sheila Jeffreys) sostiene che l’identità femminile non è un “sentirsi”, ma un’esperienza sociale e corporea radicata nella realtà biologica. Per queste autrici, l’idea che un uomo possa “diventare donna” è vista come una forma di appropriazione;
  • il femminismo intersezionale o queer-femminismo (influenzato da Judith Butler) tende invece a sposare l’idea di genere fluido, sostenendo che ogni identità vada rispettata nella sua autodeterminazione, anche se entra in contrasto con la biologia.

Alcuni movimenti femministi, come Women’s Declaration International, si oppongono all’ideologia gender perché la considerano una minaccia ai diritti acquisiti dalle donne su base sessuata: sport, spazi sicuri, statistiche mediche, violenza di genere. La questione è chiara: se chiunque può “identificarsi” come donna, che senso ha parlare di diritti delle donne?

24. La cultura trans nega o cancella l’omosessualità?

È un tema che sta emergendo con forza anche dentro la comunità LGBT. Alcuni esponenti LGB (senza la “T”) denunciano il fatto che sempre più adolescenti omosessuali siano spinti a “transizionare”, come se l’essere gay o lesbica fosse un errore da correggere, piuttosto che una variante naturale. In particolare, molte ragazze lesbiche adolescenti vengono spinte — anche tramite social o cliniche poco scrupolose — a prendere ormoni e assumere identità maschili, trasformando un’identità omosessuale in una “disforia di genere”. Questo ha portato alcuni a parlare di una “nuova omofobia travestita da inclusività”. Anche in ambito medico, si segnala il rischio crescente di curare con ormoni e bisturi ciò che spesso è solo un disagio legato all’identità sessuale o alla pubertà.

25. Perché c’è tanta pressione sociale intorno al linguaggio e ai pronomi?

Perché il linguaggio è lo strumento con cui plasmiamo la realtà. Cambiare le parole significa cambiare il pensiero. Se si impone l’uso di “lei” per un uomo, si chiede all’interlocutore di rinunciare alla percezione della realtà. Se si parla solo di “persone con utero” anziché donne, si cancella il concetto stesso di femminilità biologica. Molti linguisti, filosofi e psicologi hanno avvertito che modificare il linguaggio in modo ideologico e forzato è una forma di ingegneria sociale.

26. Perché i media e le grandi aziende sostengono così fortemente la narrazione gender?

Perché è politicamente corretta e viene associata all’idea di “inclusività”; riduce l’individuo a una identità privata, fluida, atomizzata: perfetta per il marketing; permette di segnalare “virtù” pubblica senza dover affrontare problemi strutturali (economici, ambientali, educativi); è compatibile con l’ideologia globalista, che preferisce individui senza radici, senza identità stabili, facilmente indirizzabili e atti al consumismo compulsivo.

27. Davvero esistono solo due sessi? E le persone intersessuali?

Sì, esistono due sessi: maschio e femmina, definiti dalla funzione riproduttiva (produzione di gameti). Le condizioni intersessuali sono anomalie dello sviluppo sessuale, non un “terzo sesso”. Sono rare (meno dello 0.02% della popolazione) e non invalidano la struttura binaria della specie umana. L’eccezione non può diventare la regola.

28. Come possiamo tornare al buon senso senza alimentare odio?

Riconoscendo che la verità e il rispetto possono coesistere. Difendendo la realtà biologica senza disumanizzare nessuno. Ascoltando chi soffre, ma anche chi ha dubbi. Educando i giovani alla realtà, alla pazienza, alla libertà interiore, non alla confusione ideologica. Difendere il reale non è un atto di odio, ma un atto d’amore per la verità, per i bambini, per la libertà e per l’umanità intera.

29. Come possiamo difenderci e proteggere i nostri figli?

Informandoci in modo indipendente, senza paura né ideologismi. Sostenendo la libertà educativa, affinché genitori e insegnanti possano trasmettere la realtà senza imposizioni. Richiamando le istituzioni a rispettare la realtà biologica e a distinguere tra rispetto e indottrinamento. Difendendo questo principio: “Nessun bambino può prendere decisioni irreversibili sul proprio corpo in nome di un’identità percepita.”

30. Dire ciò che si pensa significa odiare o discriminare qualcuno?

Assolutamente no. “Amo e rispetto ogni persona. Ma non posso rinunciare alla verità per amore.” Si può amare chi si identifica diversamente senza condividere ogni sua convinzione. Si può difendere la dignità umana senza assecondare ogni narrazione soggettiva. Si può difendere la realtà, e farlo senza odio.

31. Che ruolo ha l’International Planned Parenthood in tutta questa agenda identitaria?

L’International Planned Parenthood è una delle più grandi organizzazioni per la salute sessuale e riproduttiva negli Stati Uniti (e non solo). Ufficialmente si occupa di fornire servizi ginecologici, contraccezione, diagnosi prenatali, interruzione di gravidanza, e più recentemente anche servizi legati alla “transizione di genere”.

Negli ultimi anni è diventata uno dei maggiori fornitori di terapie ormonali per adolescenti negli USA.in alcune cliniche ha offerto ormoni anche a minori senza bisogno di diagnosi clinica formale, sulla base di un semplice “consenso informato”. Ha sostenuto campagne pubbliche e legali per normalizzare l’identità fluida e abbassare l’età di accesso alla transizione.

Questo ha portato molti critici a dire che Planned Parenthood si è trasformata da difensore dei diritti delle donne a promotore dell’ideologia gender, anche per motivi economici: la transizione ormonale, come quella chirurgica, è una fonte di reddito crescente.

32. Che cos’è la WPATH?

WPATH sta per World Professional Association for Transgender Health, ed è l’organizzazione che da anni definisce le linee guida internazionali per la cosiddetta “affirmative care”, cioè l’approccio che afferma l’identità percepita delle persone trans, anche nei bambini e adolescenti.

Le linee guida WPATH sono adottate da molte cliniche, psicologi e medici in tutto il mondo. Usate per giustificare trattamenti ormonali e chirurgici anche in età minorile esse sono presentate come standard “evidence-based” (basati su prove), ma molti professionisti e ricercatori contestano la mancanza di studi a lungo termine, l’influenza ideologica e l’assenza di consenso scientifico reale.

33. Cosa sono i “WPATH Files” e perché hanno suscitato scandalo?

Nel 2024, un gruppo di giornalisti investigativi (tra cui Michael Shellenberger e Leighton Woodhouse) ha pubblicato una serie di interviste riservate, documenti interni e testimonianze trapelate da membri ed ex collaboratori di WPATH. Questi materiali, noti come “WPATH Files”, hanno mostrato aspetti inquietanti delle pratiche raccomandate dall’organizzazione.

Tra le rivelazioni più gravi: alcuni membri ammettono apertamente che i bambini non capiscono davvero le implicazioni della transizione, ma che “va fatto lo stesso per rispettare la loro identità”; si minimizzano rischi di sterilità, disfunzioni sessuali, e danni permanenti, specie nei trattamenti pediatrici; alcuni pazienti erano soggetti con disabilità intellettive, e sono stati comunque avviati a percorsi di transizione.

Molti critici hanno parlato di abuso istituzionalizzato, ideologia medica, e gravi violazioni dell’etica clinica.

Le conseguenze sono state: denunce legali, distanziamento di alcuni professionisti, rinnovata richiesta di moratoria sulla transizione nei minori.

I WPATH Files hanno rivelato che dietro la facciata dell’“inclusività” si nasconde spesso un sistema ideologico, non scientifico, e molto poco trasparente.

34. Perché molti medici e psicologi tacciono anche se hanno dubbi?

Perché temono di perdere il lavoro o la reputazione, specie nei Paesi anglosassoni o in ambiti accademici e ospedalieri; le critiche all’approccio “affermativo” vengono spesso etichettate come “transfobia” o “odio”. Esistono vere e proprie campagne di censura e mobbing professionale contro chi esprime dubbi, anche basati su dati o esperienze cliniche. Molti preferiscono il silenzio o l’adattamento passivo, piuttosto che affrontare la macchina culturale e mediatica che sostiene queste pratiche.

35. Quali Paesi stanno facendo marcia indietro su questi temi?

Sempre più Paesi stanno rivalutando l’approccio “gender-affirmative”, soprattutto per i minori. La Svezia ha vietato l’uso di ormoni bloccanti e interventi chirurgici su minori, se non in casi eccezionali. Nel Regno Unito, dopo il caso Tavistock con la chiusura della clinica per adolescenti, si è passati a un approccio più prudente. Finlandia e Norvegia hanno limitato fortemente le terapie ormonali nei minori, richiedendo una diagnosi psichiatrica seria. In Francia, il presidente del consiglio nazionale dell’ordine dei medici ha parlato di “effetto moda” da arginare con rigore.

36. A che età è consentita la transizione?

In alcuni Paesi (come la Svizzera), già dai 12 anni si possono ricevere bloccanti della pubertà; dai 14–16 anni si può iniziare una terapia ormonale. Inoltre, è possibile cambiare il genere legale anche da minorenni senza il consenso dei genitori, se essi sono ritenuti capaci di discernimento. In Ticino è stata recentemente presentata un’iniziativa parlamentare per proibire i bloccanti della pubertà e le operazioni chirurgiche a scopo di transizione per i minori di 18 anni.

37. I genitori possono opporvisi?

In alcuni Paesi sì, in altri no. I genitori hanno il diritto di essere informati, ma la legge può considerare “capace di discernimento” un minore che voglia intraprendere un percorso di transizione (caso di Ginevra). Serve una grande vigilanza legale e scolastica, oltre a una presenza attiva da parte delle famiglie.

38. Esistono alternative terapeutiche?

Sì. Invece di affermare subito l’identità percepita, alcuni terapeuti offrono percorsi esplorativi che aiutano il giovane a comprendere il proprio disagio senza medicalizzarlo. In molti casi, con il tempo e il supporto, la disforia si riduce spontaneamente, senza bisogno di ormoni o interventi chirurgici.

39. Che cos’è il contagio sociale?

È un fenomeno in cui gruppi di adolescenti sviluppano comportamenti o convinzioni simili, per imitazione e pressione sociale. Molti esperti osservano un aumento repentino di diagnosi di disforia di genere in ragazze adolescenti, spesso senza una storia pregressa. Questo solleva il dubbio che non si tratti sempre di vera disforia, ma di un disagio indotto da fattori esterni.

40. Perché si parla di “strategia di potere”?

Perché una popolazione frammentata in micro-identità è più facilmente controllabile. Se tutti sono una minoranza, serve sempre un’autorità centrale che media, protegge, controlla, regola. L’ideologia gender, nella sua forma più estrema, non unisce: divide, e rende l’individuo più isolato e meno radicato.

41. I media e le multinazionali promuovono questa ideologia?

Sì. Perché è politicamente “virtuosa”, facile da monetizzare (prodotti, interventi, branding) e compatibile con l’ideale del “consumatore fluido, globale, senza radici”. Inclusività e identità fluide diventano strumenti di marketing, più che di giustizia sociale.

42. La “questione gender” è collegata alla sessualizzazione precoce promossa dall’OMS?

Sì, esiste una chiara correlazione culturale e ideologica. Le linee guida dell’OMS (Standard per l’educazione sessuale in Europa, 2010) promuovono un’educazione sessuale che introduce il concetto di identità di genere fin dalla prima infanzia, tratta la masturbazione e l’esplorazione del corpo come naturali già tra 0 e 6 anni, incoraggia la discussione sull’amore omosessuale e l’identità di genere fluida anche nella scuola primaria. Questo approccio, secondo molti critici, non protegge l’infanzia ma la espone precocemente a concetti per i quali non è pronta, aumentando il rischio di confusione identitaria, influenze ideologiche e traumi psichici.

43. Le linee guida dell’OMS parlano davvero di masturbazione e identità fluida nei bambini piccoli?

Sì. Ecco alcuni esempi tratti direttamente dal documento OMS:

  • Età 0–4 anni: “Giochi con i genitali come parte dello sviluppo”, “consapevolezza dell’identità di genere”
  • Età 4–6 anni: “Esplorazione del corpo”, “parlare dell’amore tra persone dello stesso sesso”
  • Età 9–12 anni: “Informare sul piacere sessuale, la masturbazione, l’uso del preservativo, il rispetto delle diverse identità di genere”

Queste indicazioni non distinguono chiaramente tra educazione alla salute e stimolazione precoce del desiderio, portando molti a parlare di sessualizzazione dell’infanzia sotto veste educativa.

44. In quali cantoni svizzeri si è scelto un approccio più cauto?

Negli ultimi anni, alcuni cantoni svizzeri hanno preso le distanze da programmi scolastici ispirati alle linee guida OMS, ritenuti troppo precoci o invasivi. In particolare:

  • Ticino: negli ultimi anni sono emerse discussioni sui contenuti educativi legati alla diversità e sul ruolo dei genitori nella scuola.
  • San Gallo e Turgovia: hanno limitato l’introduzione di corsi su sessualità e gender nelle scuole primarie, lasciando maggiore libertà alle famiglie.
  • In altri cantoni (come Zurigo o Basilea), invece, i programmi sono più aperti e inclusivi, ma anche più controversi.

Il tema rimane altamente divisivo, anche per la mancanza di trasparenza sui materiali usati in aula

45. Esiste un documento critico che analizza le “basi scientifiche” degli Standard dell’OMS?

Sì. Un’analisi approfondita è stata condotta in Francia da associazioni civiche, medici e giuristi, tra cui L’Observatoire National de la Petite Enfance, che ha pubblicato un dossier intitolato: L’éducation sexuelle selon l’OMS: vers la normalisation de la pédophilie? Tale documento esamina tutti i riferimenti “scientifici” citati dall’OMS, denuncia la presenza di fonti ideologiche, non basate su evidenza clinica, e conclude che l’approccio proposto può contribuire allo sdoganamento implicito della pedofilia, camuffata da educazione sessuale inclusiva. Un analogo documento critico (in francese) è stato pubblicato dall’associazione francese Les Mamans Louves.

46. Formulare critiche significa essere “bigotti” o “conservatori”?

Assolutamente no. Significa proteggere il diritto dei bambini a crescere con gradualità, difendere la libertà educativa delle famiglie, sottoporre a verifica scientifica e democratica programmi che incidono profondamente sulla formazione dell’identità. La critica all’ideologia gender non nasce dall’odio, ma dal desiderio di verità, tutela dei minori e libertà culturale.

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