Educazione sessuale: quando lo Stato si sostituisce ai genitori
La sessualizzazione precoce dei bambini, i fondamenti scientifici contestati e l’ingerenza delle istituzioni nella sfera intima dell’infanzia. Le critiche di Ariane Bilheran e Régis Brunod ai programmi promossi dall’OMS.
Il bambino non ha una sessualità adulta in miniatura e non deve essere trattato come se l’avesse. È questa la convinzione fondamentale espressa dalla psicologa e filosofa Ariane Bilheran e dal pediatra e pedopsichiatra Régis Brunod in un’intervista a Epoch Times, nella quale denunciano i presupposti e le conseguenze dell’educazione sessuale precoce promossa dalle organizzazioni internazionali.
Al centro della loro analisi figurano gli Standard per l’educazione sessuale in Europa, pubblicati nel 2010 dall’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dal Centro federale tedesco per l’educazione sanitaria (BzgA), nonché la Dichiarazione dei diritti sessuali della Federazione internazionale per la pianificazione familiare (IPPF).
Documenti che, secondo i due specialisti, introducono una concezione della sessualità infantile priva di fondamento scientifico e legittimano interventi educativi che non rispettano la maturazione psichica dei bambini. La loro critica investe anche il ruolo dello Stato, che attraverso programmi istituzionali interviene in un ambito appartenente alla sfera intima, sottraendo progressivamente ai genitori le prerogative necessarie per proteggere i propri figli.
La sessualità infantile: un presupposto scientifico contestato
Gli Standard europei dell’OMS prevedono contenuti di educazione sessuale suddivisi per fasce d’età, a partire dalla nascita. Già tra zero e quattro anni compaiono riferimenti alla masturbazione infantile e alle sensazioni piacevoli legate al proprio corpo; nelle fasce successive vengono introdotti concetti relativi al piacere sessuale, all’orgasmo e ad altre pratiche della sessualità adulta.
Bilheran e Brunod contestano innanzitutto il presupposto che giustifica questa impostazione: l’esistenza di una sessualità fin dalla nascita.
Il pediatra distingue nettamente la sensorialità dalla sessualità. Il bambino possiede una sensibilità corporea e può sperimentare sensazioni piacevoli, ma questo non significa che abbia una sessualità. Come un neonato possiede le gambe senza essere ancora capace di camminare, così la presenza degli organi genitali non dimostra l’esistenza di una funzione sessuale già costituita. La maturazione biologica e neuropsichica avviene attraverso tappe successive, tra le quali la pubertà riveste un ruolo determinante.
A questa distinzione si aggiunge la grande variabilità dello sviluppo individuale. Bambini della stessa età possono trovarsi in fasi di maturazione molto differenti. Un programma uniforme, impartito collettivamente, non tiene conto di queste differenze e impone contenuti prestabiliti indipendentemente dalle capacità di comprensione di ciascun bambino.
I due specialisti mettono inoltre in discussione le basi scientifiche sulle quali poggia la concezione della sessualità infantile. Bilheran ricostruisce l’influenza delle ricerche di Alfred Kinsey e delle organizzazioni che ne hanno ripreso l’impostazione, contestandone i metodi e, in particolare, l’interpretazione delle reazioni fisiche dei bambini vittime dei suoi abusi sessuali a scopo di ricerca (peraltro denunciati anche dalla dottoressa Judith Reisman). Brunod osserva che numerosi riferimenti scientifici utilizzati a sostegno dell’educazione sessuale infantile assumono già come premessa ciò che dovrebbero dimostrare: l’esistenza di una sessualità fin dalla nascita.
L’autorevolezza delle organizzazioni internazionali non risolve quindi la questione fondamentale della validità scientifica dei presupposti adottati.
Dall’informazione alla sessualizzazione precoce
La critica non si limita ai contenuti dei programmi, ma riguarda le conseguenze della loro trasmissione ai bambini.
Bilheran afferma che l’esposizione precoce a rappresentazioni e spiegazioni sessuali costituisce un’intrusione nella vita psichica infantile, provocando traumi le cui conseguenze possono manifestarsi anche molti anni dopo. Collega questa traumatizzazione allo sviluppo successivo di dipendenze, in particolare dalla pornografia.
Brunod insiste sulla vulnerabilità del bambino, sulla sua curiosità e sulla tendenza a imitare ciò che gli viene mostrato. Secondo il pediatra, descrivere determinate pratiche sessuali non equivale semplicemente a trasmettere conoscenze: può spingere i bambini a riprodurre comportamenti che non avrebbero spontaneamente preso in considerazione. L’abbiamo visto nelle molteplici denunce di genitori i cui figli nelle scuole materne hanno subito violenze sessuali da parte di coetanei.
L’informazione impartita nelle scuole diventa così una forma di incitazione e di iniziazione alla sessualità.
Anche l’argomento della prevenzione degli abusi viene contestato. Per Brunod, l’efficacia preventiva di un insegnamento deve essere dimostrata scientificamente, non semplicemente affermata: richiama il caso di un liceo francese nel quale era stato organizzato un intervento di sensibilizzazione contro il suicidio, poi seguito da diversi suicidi tra gli studenti. Attraverso questo esempio, il pediatra mette in discussione l’idea che parlare preventivamente di un determinato comportamento sia necessariamente un modo efficace per impedirlo.
Bilheran sottolinea invece che la protezione dei bambini dipende anzitutto dall’accompagnamento e dalla vigilanza degli adulti: la responsabilità di prevenire gli abusi non può essere trasferita ai minori attraverso l’insegnamento del consenso o di comportamenti di autoprotezione. Un bambino non possiede ancora la maturità psichica necessaria per esprimere un consenso sessuale libero e informato. Sono gli adulti a dover riconoscere i pericoli, stabilire i limiti e intervenire.
Il consenso non può sostituire la protezione dei bambini
Particolarmente severa è la critica di Bilheran alla nozione di consenso sessuale applicata ai bambini. Un consenso libero e informato richiede infatti una maturità psichica che il minore non ha ancora raggiunto. La psicologa denuncia il pericolo insito nei documenti che parlano di «consenso del bambino» e di «cittadinanza sessuale», ricordando che gli abusi sessuali sui minori avvengono spesso attraverso il gioco, la seduzione e la manipolazione, senza necessariamente ricorrere alla violenza fisica.
Contesta inoltre l’utilizzo del piacere corporeo come criterio di consenso: anche una vittima di violenza sessuale può manifestare reazioni fisiologiche involontarie, persino associate a sensazioni di piacere, senza aver minimamente acconsentito all’atto.
Bilheran richiama infine le posizioni di alcuni intellettuali francesi che, negli anni Settanta, invocavano proprio il consenso dei minori per sostenere la depenalizzazione dei rapporti sessuali con adulti. Nella sua analisi, riconoscere al bambino una capacità di consenso che non possiede significa compromettere la protezione che gli adulti hanno il dovere di garantirgli.
L’educazione non può ignorare la maturazione psichica
La medesima preoccupazione attraversa la critica agli insegnamenti relativi all’identità di genere.
Bilheran descrive la costruzione dell’identità come un processo progressivo, fondato sulla differenziazione psichica e sull’acquisizione della consapevolezza delle differenze tra i sessi e tra le generazioni. Secondo la sua analisi, introdurre determinate concezioni dell’identità di genere durante l’infanzia interferisce con questo processo.
Brunod ricorda che i bambini attraversano normalmente fasi di identificazione, immaginazione e sperimentazione. Possono immaginare di appartenere all’altro sesso o adottare comportamenti differenti senza che tali manifestazioni debbano essere interpretate come espressioni di un’identità definitiva.
Per entrambi, attribuire precocemente un significato stabile a queste esperienze significa non rispettare il carattere evolutivo dell’infanzia.
La questione centrale rimane dunque la stessa: il bambino è un essere in formazione, non un adulto al quale mancano soltanto alcune informazioni.
La famiglia espropriata delle proprie prerogative educative
È proprio dalla necessità di rispettare lo sviluppo individuale che emerge la critica all’intervento istituzionale.
Bilheran colloca la sessualità nella sfera intima, che deve essere preservata dall’ingerenza del potere politico. L’accompagnamento del bambino può coinvolgere i genitori e, quando necessario, professionisti come il medico di famiglia o lo psicologo, in funzione delle esigenze individuali.
Brunod distingue questo rapporto dall’insegnamento collettivo obbligatorio. Nella propria esperienza professionale, i genitori chiedono aiuto quando desiderano essere sostenuti nell’affrontare determinate questioni con i figli. Il professionista interviene allora nell’ambito di una collaborazione, rispettando la situazione particolare del bambino e della sua famiglia.
L’imposizione di programmi standardizzati da parte di persone esterne alla famiglia risponde invece a una logica differente: è l’istituzione a stabilire anticipatamente che cosa debba essere insegnato, a quale età e secondo quali contenuti.
Bilheran denuncia esplicitamente questa progressiva sottrazione di prerogative ai genitori. Attraverso la promozione dei cosiddetti diritti sessuali dei bambini, sostiene, viene compromessa la possibilità delle famiglie di esercitare la propria responsabilità di protezione.
La sua critica assume anche una dimensione politica. Richiamando i meccanismi del totalitarismo, descrive la volontà del potere di estendere il proprio controllo alla vita intima degli individui e di raggiungere direttamente le giovani generazioni, indebolendo la trasmissione educativa tra genitori e figli.
Secondo Bilheran, l’intervento dello Stato nella sessualità infantile non rappresenta quindi soltanto una questione pedagogica, ma investe i limiti stessi del potere politico e il rispetto della sfera privata.
Il diritto di conoscere, valutare e contestare
Le argomentazioni sviluppate nell’intervista chiamano direttamente in causa i genitori, invitandoli a non delegare ciecamente alle istituzioni le decisioni riguardanti lo sviluppo e l’intimità dei propri figli.
Conoscere i programmi effettivamente utilizzati, esaminare i materiali didattici, verificarne i presupposti scientifici e chiedere conto delle conseguenze degli insegnamenti diventa parte integrante della responsabilità educativa.
Il punto centrale non è soltanto sapere quali informazioni vengano trasmesse, ma stabilire se un intervento sia rispettoso della maturazione del bambino e perché debba essere imposto collettivamente anziché affidato all’accompagnamento individuale della famiglia, eventualmente sostenuta da professionisti di sua fiducia.
Nella prospettiva dei due intervistati, il ruolo dei genitori non può essere ridotto a quello di destinatari passivi di decisioni prese altrove. La protezione dell’infanzia richiede adulti consapevoli, capaci di esercitare il proprio giudizio e di opporsi agli interventi che ritengono dannosi per i propri figli.
Proteggere l’infanzia significa lasciarle il tempo di crescere
L’intervista si conclude con un messaggio condiviso: il bambino non ha una sessualità, ma attraversa un processo di sviluppo che deve essere rispettato e accompagnato in vista della sua futura vita affettiva.
Bilheran invita a interrompere quelle che definisce sperimentazioni pericolose sui bambini e a restituire all’infanzia lo spazio necessario per sviluppare l’immaginazione, il sogno, il pensiero magico e la scoperta del mondo.
La sua denuncia della sessualizzazione precoce si accompagna così a un richiamo alla responsabilità degli adulti e alla necessità di preservare la sfera intima dall’ingerenza istituzionale.
Il messaggio che emerge per i genitori è chiaro: proteggere i propri figli significa anche vigilare su ciò che viene loro insegnato e non rinunciare al proprio ruolo educativo di fronte all’autorità delle istituzioni.
Fonte: intervista (in francese) di Epoch Times ad Ariane Bilheran e Régis Brunod, 2023.